Il tetto del forfettario resta 85.000 € anche nel 2026. Ma di soglie ce ne sono due, e quasi nessuno sa che la seconda esiste finché non ci sbatte contro.
Fra 85.000 e 100.000: esci l’anno dopo
Se superi gli 85.000 € ma resti sotto i 100.000, l'anno in corso resta forfettario fino in fondo. Le fatture che hai già fatto non si toccano, l'imposta sostitutiva resta quella, e dal 1° gennaio dell'anno successivo passi al regime ordinario.
È una porta che si chiude piano: hai qualche mese per prepararti, cioè per capire cosa vuol dire tenere i registri IVA, fare le liquidazioni e — questa è la parte bella — dedurre le spese davvero.
Sopra i 100.000: esci nello stesso momento
Qui la porta si chiude di colpo. Superata la soglia dei 100.000 € il regime cade subito, e l'IVA va applicata a partire dall'operazione che ti ha portato oltre — non dal mese dopo, non dall'anno dopo. Quella fattura lì esce già con l'IVA dentro.
È il motivo per cui una soglia va guardata mentre ci si avvicina e non a consuntivo: chi se ne accorge a dicembre, guardando i totali, ha già emesso mesi di fatture nel modo sbagliato, e rifarle significa note di credito, nuove fatture e clienti da richiamare uno per uno.
Si conta l’incassato, non il fatturato
Il forfettario funziona per cassa. Una fattura da 9.000 € emessa a dicembre e incassata a gennaio non pesa sull'anno in cui l'hai scritta: pesa su quello in cui i soldi sono arrivati. Chi guarda il totale delle fatture emesse si spaventa per niente, o peggio, si tranquillizza per niente.
Ed è anche una leva, entro i limiti del buonsenso: una fattura di fine anno incassata a gennaio sposta il ricavo di dodici mesi. Legittimo, finché è il cliente a pagare quando paga e non un accordo scritto per spostare la data.
Il primo anno vale meno di dodici mesi
Chi apre a metà anno non ha 85.000 € a disposizione: la soglia si ragguaglia ai giorni di attività. Chi apre il 1° luglio ne ha circa 42.700. È la trappola classica di chi parte forte e si convince di avere margine perché guarda il numero tondo.
E le soglie che non c’entrano con i ricavi
Il forfettario si perde anche per motivi che non hanno niente a che fare con quanto incassi:
- 35.000 € di redditi da lavoro dipendente o da pensione nell'anno precedente. Il limite è stato confermato anche per il 2026, e si guarda l'anno prima, non quello in corso.
- Fatturare in prevalenza a chi è stato il tuo datore di lavoro nei due anni precedenti. È la regola che colpisce chi apre la partita IVA il giorno dopo le dimissioni, con lo stesso committente.
- Controllare una società a responsabilità limitata che fa un'attività riconducibile alla tua, o partecipare a società di persone e studi associati.
- Risiedere all'estero, salvo i casi in cui almeno il 75 % del reddito si produce in Italia.
Tre numeri, tre effetti diversi: 85.000 ti sposta l’anno dopo, 100.000 ti sposta adesso, 35.000 riguarda quello che guadagni altrove. E il primo anno nessuno dei tre vale per intero.
Questo articolo racconta come stanno le cose alla data in cui è scritto. Le regole cambiano, e questo non sostituisce il parere di un professionista abilitato: serve ad arrivare da lui sapendo già di cosa state parlando.
